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13 gennaio 2010

LO STATO IN CALABRIA C'E', PAROLA DI MARONI

   


   Da almeno venti anni, sotto agli occhi di tutti, 5000 immigrati si spostano seguendo le stagioni, si chiama nomadismo agricolo: a settembre in Sicilia, tra ottobre e marzo in Calabria, poi in Puglia e in Campania. Se gli va bene vengono pagati 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro, vivono ammucchiati in ex fabbriche ed in bidonville senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi, dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali.

800 immigrati ammassati nell'impianto (mai entrato in funzione) dell'ex Opera Sila sono più o meno gli stessi che vivevano, in condizioni analoghe, nell'ex cartiera di Rosarno, chiusa dopo il ferimento a pistolettate, un anno fa, di due immigrati e una prima rivolta, gli 800 hanno solo cambiato ''inferno''. Intanto i due Comuni interessati, Rosarno e Gioia Tauro, sono stati (e non e' certo una coincidenza...) sciolti per infiltrazione mafiosa. Ma neanche la diretta gestione da parte delle prefetture attraverso i commissari straordinari è stata capace di dare una svolta.


    Proprio nella tanto disastrata Calabria due paesi della zona ionica, Caulonia e Riace, sono esempi di integrazione, apprezzati e studiati anche all'estero. Addirittura ospitano, su richiesta degli organismi internazionali, i profughi dei campi palestinesi. Dunque, si può agire nella legalità e nella civiltà, e non solo nell'efficiente Trentino dove, in Val di Non, 7000 immigrati, tutti regolari, sono pagati 6,90 euro all'ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni della zona.


    Tutto questo voi già avete potuto avere la possibilità di saperlo, ma forse vi è sfuggito che secondo Maroni  (ultimissima dichiarazione dopo le altre farneticanti), lo Stato in Calabria non è mai venuto a mancare...ma allora, lo Stato è mafia.


Secondo Cuto, della Lega, il terzo manifesto è un falso - i dati del mio scritto sono stati presi da "Avvenire".

    


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permalink | inviato da Ale. il 13/1/2010 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


3 settembre 2008

Perchè la Libia?

    
Precisazione: l'occupazione italiana del suolo libico è iniziata ufficialmente nel 1911 con Giolitti, non come erroneamente leggo: "con Mussolini". Già qualche decennio prima, però, gli interessi della finanza italiana erano tutti diretti verso quello che i "contrari" alle mire espansionistiche italiane chiamavano "scatolone di sabbia". Il primo grande investitore fu il Banco di Roma e, con lui, tutte le lobby bancarie ebbero la loro parte. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

In base all'ultimo accordo siglato a Tripoli, verranno effettuate «operazioni di controllo, ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporti di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali». A bordo equipaggi misti con personale libico e personale di polizia italiano, che si occuperà anche di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione dei mezzi. Inoltre, in terra libica, ci garantiscono ogni controllo diretto ad evitare l'imbarco di clandestini diretti in Italia.
Nei precedenti accordi, dal governo libico, ci erano state date le stesse garanzie.

Ci hanno preso allora per il culo?

Per cosa e perchè ci siamo obbligati con Gheddafi?


 Al Zuwarah, costa nord-occidentale della Libia, baracche che cadono a pezzi e un cartello bianco con una scritta nera: «Vietato costruire capanne con strutture metalliche e di legno». Da venti anni circa, folle di disperati, scelgono questa località con la speranza di imbarcarsi per l'Italia. Di fronte l'isolotto di Farwa, una specie di rampa di lancio per extracomunitari clandestini. Sessanta chilometri più a ovest, da Sobrata, salpano le carrette del mare con destinazione Malta. 
I nuovi schiavi stanno rintanati nelle bidonville della capitale, Tripoli, e solo quando hanno i soldi necessari per partire raggiungono Al Zuwarah, dove si imbarcano un paio di volte al mese. 
Sulle rive di questo Acheronte africano, anche a metà estate, vagano decine di fantasmi con le facce impastate di polvere. Vengono da Sudan, Niger, Mauritania, Ciad, Ghana,  tirano avanti lavando macchine e rubacchiando, fino a quando non raggiungono la cifra necessaria per l'imbarco. 
Nel porticciolo qualche chiosco vende bibite e caffè turco tra collinette di rifiuti e polvere, in giro pochi uomini con turbanti bianchi e fez. Il villaggio è una specie di Tortuga per negrieri. Nei bar si parla l'antico dialetto dei berberi, i cui discendenti popolano Al Zuwarah. In questo enclave in terra araba, non è difficile incontrare un trafficante di uomini, basta il passaparola. E un po' di euro. Qui nessuno ha paura di essere tradito e non solo per l'omertà: sono i comuni interessi a sconsigliare tradimenti, visto che al business partecipano tutti.
Il prezzo del viaggio va dagli 800 dinari libici a cranio o la stessa cifra in dollari. Con quel denaro si alimentano altri traffici, dalle sigarette all'abbigliamento contraffatto. Un affare quasi esclusivamente libico, senza soci in giro per il Mediterraneo: «In Italia avevamo dei basisti, ma adesso ci sono troppi controlli: chi vuole raggiungere le vostre coste deve contare solo sulle proprie forze» - racconta un trafficante libico. 
«Il gioco è semplice: le barche arrivano a Tunisi senza motore dalla Russia e costano meno di mille euro». Superato il confine grazie alla complicità dei doganieri, quei gommoni diventano «yacht» da rivendere ai pirati a 60-65 mila dinari tunisini, circa 40 mila euro. Un lungo viaggio quello degli Zodiac che, troppo spesso, termina al largo della Sicilia, sotto un cielo senza stelle.

I disperati giungono dal deserto sui mezzi piu disparati, sotto gli occhi di tutti. Ammassati sui camion giungono fino a Tripoli spesso senza alcun controllo, accolti a braccia aperte da chi sa vendere anche la loro pelle.

Questa storia va avanti da venti anni e solo i nostri governanti potevano fare un simile regalo...certo è che: fra cani nun se mozzicano. 


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